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Assunta Finiguerra

San Fele, 30 Maggio 1946 San Fele, 2 Settembre 2009

Profilo

Nata a San Fele, in provincia di Potenza, il 30 maggio 1946, Assunta Finiguerra sarebbe stata destinata a una sorte di obbedienza patriarcale e di reclusione familiare, se non avesse trovato nella poesia lo strumento di un riscatto sociale e il coraggio di evadere dai confini provinciali, per trasferirsi negli anni Novanta a Roma, dove fu apprezzata dai critici più attenti alla neo-dialettalità, primo fra tutti Achille Serrao. Ma il suo esordio era avvenuto nel 1995 con una raccolta in lingua, Se avrò il coraggio del sole, pubblicata dallo zio, Tonio D’Annucci, proprietario di una piccola casa editrice. Dopo quel primo tentativo in italiano, Finiguerra opta per il dialetto potentino e ciò segnerà una svolta decisiva: con Puozzë arrabbià’ (1999) ella si afferma come una delle voci più originali della poesia meridionale, meritando l’inserimento, nel 2004, nell’antologia einaudiana Nuovi poeti italiani 5, dedicata da Franco Loi ai poeti neo-volgari.

Il sanfelese da lei impiegato, duro e frastagliato nei suoni, gremito di schwa, dittongamenti della a e interferenze fonetiche calabro-siciliane, conferisce alla sua poesia un’impronta spigolosa, ruvida, ma estranea all’aspro sperimentalismo plurilinguistico che in quegli anni era praticato da Zanzotto, Ruffato e Angiuli: Finiguerra vi innesta, infatti, un movimento ritmico prossimo al canto popolare – filastrocche, ninnenanne, formule anaforiche, rime interne – che smussa la durezza fonica e introduce un contrappunto melodico di forte suggestione. La sua opera si declina attorno a due assi.

Il primo riguarda il rapporto conflittuale con la terra d’origine, vissuta nella duplice dimensione dell’appartenenza indimenticabile e della ferita sociale, della protezione e del soffocamento; da qui discendono le immagini allegoriche che segnano Rësciddë (2001), dove lo scricciolo e il cardellino imprigionato condensano la condizione dell’io poetico, fragile, offeso, ma animato da un istinto irriducibile al canto. Il secondo nucleo riguarda la sfera religiosa, anch’essa oscillante fra adesione al rito e protesta: la fede della poetessa non è confessionale né conciliata, ma nasce da un misto di devozione naturale, risentimento e abbandono sensuale, talvolta in prossimità della bestemmia. In questa dialettica crudele – fra rabbia contro un Dio assente e invocazione di perdono e salvezza – si inscrive la sua peculiare forma di spiritualità, dove l’eros e il sacro si specchiano vicendevolmente.

Con Solije (2003) la ricerca vira verso la regolarità formale: quartine e terzine endecasillabiche, spesso rimate o assonanzate, testimoniano una volontà di controllo che convive con una materia emotiva incandescente. La poetessa costruisce qui un canzoniere dell’amore come ferita, come abbandono, come offesa muta e infine necessità di espressione, quale unica risorsa per sottrarsi all’accidia. Scurjie (2005) conferma questa duplice tensione: da un lato l’adozione di strutture metriche regolari, quasi un richiamo – ora ironico ora nostalgico – al sonetto, dall’altro un lessico che non teme la crudezza, con immagini corporee, visionarie, volutamente scandalose. Ne nasce uno stile organicamente incendiario, nel quale la tradizione popolare fornisce energia ritmica e tonalità luminose, mentre la lezione lirica classica offre un’ossatura regolativa che impedisce alla furia espressiva di dissolversi nel grido.

La riscrittura dialettale de Le avventure di Pinocchio, dal titolo Tunnicchje. A poddele d’a Malonghe (Faloppio, LietoColle, 2007), la smilza raccolta Muparije edita da PulcinoElefante nel 2008 e le trentatré Poesie accolte a gennaio 2009 da «Kamen’» sono le ultime prove artistiche pubblicate in vita: aggredita da un cancro nel 2004, Finiguerra si spegne il 2 settembre 2009, lasciando oltre trenta raccolte inedite, di varia lunghezza, ordinatamente disposte in fascicoli titolati e in parte pubblicate postume.

La prima di queste, comprendente settantotto testi inediti, oltre a significativi recuperi precedenti, è Fanfarije (2010), che registra la frustrazione per l’inaccettabile disattenzione del pubblico. Ora la confessione lirica si combina con un tono oracolare, premonitorio, attraversato da presagi funesti e improvvise accensioni di preghiera. Si assottiglia il confine tra la fede ferita e il desiderio di una divinità che sfugge, talora riconosciuta nella carne, nel sesso, nel dolore. In questa atmosfera al limite della resistenza psichica, la poetessa alterna lampi di autoironia a momenti di cupa visionarietà. La sua voce, pur segnata dalla malattia e dalla consapevolezza della fine, conserva una lucidità sorprendente: la parola non rinuncia a una propria precisione immaginativa, né smarrisce un certo distacco, che mitiga – senza mai realmente addolcire – il dolore più feroce.

La seconda raccolta organica postuma è Tatemije (2010), consegnata dall’autrice al poeta milanese Guido Oldani, che proprio in quel periodo stava avviando la svolta del cosiddetto Realismo Terminale, affinché l’accogliesse nella sua neonata collana “Argani”. Il titolo, che in sanfelese significa ‘Padre mio’, allude a una sorta di dramma lirico incentrato sulla figura paterna (insieme severo archetipo patriarcale e odiosamata icona cristiana), in cui si mette in pagina un corpo a corpo tra la protagonista e un Padre-Dio prossimo e irraggiungibile, invocato e contestato. Ora il mondo esterno tende a svanire, il paese, gli oggetti moderni, i volti conosciuti sono assenti, rifiutati o solo marginali.

La realtà si fa granello, scaglia di materia, respiro affannoso, tutto si consuma in un ambiente minimo e viene ormai definitivamente rifiutata l’illusione di un altrove metafisico. Solo un minuscolo scenario interiore, scavato fino alla disperazione ultima, può generare poesia autentica, dove il dialetto si fa lama, strumento di una franchezza estrema che non risparmia l’invettiva contro il divino. Nello stesso tempo, tuttavia, affiorano tracce di tenerezza e ironia, che attenuano la violenza nel paradosso di una leggerezza alimentata della stessa durezza delle immagini e delle parole.

Nel 2016 esce U vizzje a morte, un’antologia costruita con la selezione di numerosi inediti attinti alle due stagioni, prima e dopo lo spartiacque della malattia. Nella prima sezione (1997-2003) emergono i temi consueti nei libri pubblicati in quegli anni (Rësciddë, Solije e Scurjie), meglio disvelando un laboratorio vivacissimo, dove ogni motivo può essere ripreso, deformato, riacceso in forme nuove. Il rischio di un’eccessiva accelerazione metaforica è compensato dalla capacità di inventare immagini inattese e accostamenti vertiginosi. La seconda sezione (2004-2009) mostra una voce più concentrata, più ferma, più direttamente ed esplicitamente incentrata sul corpo: la mutilazione, la chemioterapia, la caduta dei capelli, l’esperienza clinica entrano nei versi senza alcuna autocommiserazione, come elementi di una verità che il dialetto sa restituire con una naturalezza forse impossibile alla lingua standard.

Le parole sembrano nascere dalla carne stessa e l’oscenità potenziale del lessico dialettale – quella sua nativa innocenza nel nominare il corpo – diventa strumento per dire ciò che la lingua sorvegliata non potrebbe esprimere. La poesia degli ultimi anni appare, così, come un lungo monologo notturno, un diario che accompagna veglie inquietate e paure solitarie. Tuttavia, anche quando il tema dominante sembra essere la stanchezza – una stanchezza cosmica, che corrode la volontà ma non la parola – la voce rimane salda, accesa da un soffio ultimo di energia creativa. Come una candela che si consuma lentamente, essa continua a fare luce fin quando le è concesso, e anche nel suo spegnersi lascia un calore che non si disperde.

Finiguerra resta così in una zona di frontiera della neo-dialettalità italiana: estranea al folclore, lontana dall’autonarrazione identitaria, eppure sempre radicata nella concretezza ‘minerale’ del paese nativo.

Opere principali

Se avrò il coraggio del sole, Atella (Pz), Basiliskos, 1995;
Puozzë arrabbià’, note critiche di Daniele Giancane e Alfonso Ilario Luciano, Bari, La Vallisa, 1999;
Rësciddë (Scricciolo), pref. di A. Serrao, Roma, Zone, 2001;
Solije, pref. di Franco Loi, Roma, Zone, 2003;
Scurije, Faloppio (Co), LietoColle, 2005;
Muparije, Osnago, PulcinoElefante 2008;
Poesie, in «Kamen’», XVIII, 34, gennaio 2009, pp. 31-88;
Fanfarije, pref. di Franco Loi, Faloppio (Co), 2010;
Tatemije, Milano, Mursia, 2010;
U vizzje a morte (Il vizio della morte). Poesie 1997-2009, Roma, Cofine, 2016.

Bibliografia critica essenziale

Barberi Squarotti Giorgio, in «la Vallisa», 54, dicembre 1999, p. 81.
Cortelazzo Manlio, in «la Nuova tribuna letteraria», 56, settembre-dicembre 1999, p. 49.
De Angelis Milo, Lingua mortal non dice, in «Gradiva», 29, 2006.
Ladolfi Giuliano, in «Atelier», XI, 42, giugno 2006, pp. 140-141.
Maiolini Elena Valentina, edizione critica di Le poesie. Raccolte edite e versi sparsi, Dueville (VI), Ronzani, 2025.
Marcheschi Daniela, Il sale di pietra: la poesia di Assunta Finiguerra, in «Kamen’», XVIII, 34, gennaio 2009, pp. 73-81
Pacilio Rita (a cura di), Assunta Finiguerra: il fuoco della poesia. Studi sulla poesia, San Giorgio del Sannio, RP libri, 2022.
Pagan Roberto, in «Pagine», 43, gennaio-aprile 2005, pp. 42-43.
Pegorari Daniele, Critico e testimone. Storia militante della poesia italiana 1948-2008, Bergamo, Moretti & Vitali, 2009, pp. 387-394.
Perilli Plinio, in «Gradiva», nn. 27-28, Spring-Fall, 2005.
Zaccuri Alessandro, Anche l’anima parla in dialetto, in «Avvenire», 30 ottobre 2004.

Scheda redatta da Daniele Maria Pegorari

Ultimo aggiornamento 22 Marzo 2026

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