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Cristina Campo

Bologna, 29 Aprile 1923 Roma, 11 Gennaio 1977

Profilo

Cristina Campo nacque il 29 aprile 1923 a Bologna come Vittoria Guerrini. Figlia di Guido Guerrini ed Emilia Putti, visse fin dall’infanzia a stretto contatto con la famiglia materna, rappresentante illustre della città felsineaLo zio materno Vittorio Putti, medico ortopedico di fama internazionale alla direzione dell’ospedale Rizzoli dal 1915, rappresentò una presenza costante e ammaliante per Cristina: le consentì di crescere in un contesto colto e raffinato, offrendole quella stabilità minata dalla salute a tratti precaria del padre e dalla sofferente psiche della madre. Soprattutto una malformazione cardiaca fu assillo costante della vita di Cristina, assieme a un’angoscia intermittente che le rese difficile affrontare qualsiasi attività: la sua infanzia, estranea all’incontro con altri bambini. divenne per lei l’occasione di scoprire le prime preziose letture fiabesche, lente d’ingrandimento attraverso la quale avrebbe poi sempre decifrato il mondo. 

Dopo il trasferimento a Parma nel 1925, nel 1928 Cristina e i genitori si spostarono a Firenze quando il padre, musicista di valore, divenne direttore del Conservatorio (fu poi a Bologna e dal 1950 al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma). Durante i difficili anni della Seconda guerra mondiale Cristina tradusse le Conversazioni con Sibelius del compositore finlandese Bengt von Törne (Firenze, Casa Editrice Monsalvato, 1943), i racconti di Katherine Mansfield (Torino, Frassinelli, 1944) e le liriche di Eduard Mörike (Milano, Cederna, 1948).  

D’indole estremamente curiosa e di indomita vivacità intellettuale, conobbe alcune personalità degli ambienti letterari fiorentini, pur rimanendo lontana da cenacoli colti. Utilizzando vari pseudonimi – tra i quali Giusto Cabianca – cercò di isolarsi, di custodire e rivelare l’essenza della sua scrittura, e così nacque il nom de plume che segnò la sua identità. Strinse in quegli anni amicizie che le furono molto care. Nel 1952 conobbe Margherita Pieracci, con cui rimase legata da un’instancabile corrispondenza (ora in Lettere a Mita, a cura di Margherita Pieracci Harwell, Milano, Adelphi, 1999), e l’amico psicoanalista Gianfranco Draghi, con cui fondò l’inserto «La Posta Letteraria» per il «Corriere d’Adda», che ospitò le sue poesie e traduzioni, come quelle di Emily Dickinson, ma anche alcuni frammenti datati tra 1942 e 1943 del diario dell’amica Anna Cavalletti, morta nel 1943 in seguito a bombardamenti angloamericani (Anno 1 – N. 2 – 20 marzo 1953). Con grande fervore si dedicò ad altri due progetti che però non videro effettiva realizzazione. Il primo fu il Libro delle ottanta poetesse, il cui titolo comparve nel catalogo dell’editore Casini nel 1953 e che avrebbe dovuto raccogliere versi, prose, epistole e traduzioni di voci femminili. Il secondo fu la rivista «L’Attenzione», in onore una delle più grandi ispirazioni della Campo, Simone Weil. Proprio in Attesa di Dio (per cui Cristina scrisse l’introduzione per l’edizione Milano, Rusconi, 1972) Weil elaborò la propria riflessione sull’attenzione, esercizio di sospensione del pensiero; già nel 1962 Campo aveva pubblicato il suo Attenzione e poesia (in Fiaba e Mistero, ora in Gli imperdonabili, Milano, Adelphi, 1987), vissute entrambe come un’indagine coraggiosa e tenace della realtà e dei suoi simboli.  

La sofferta relazione col traduttore e germanista Leone Traverso, soprannominato Bul, uno dei suoi interlocutori più assidui (si vedano Caro Bul. Lettere a Leone Traverso (1953-1967), a cura di Margherita Pieracci Harwell, Milano, Adelphi, 2007), la portò a studiare l’austriaco Hugo von Hofmannsthal, di cui tradusse sette testi di poesia e prosa tra il 1953 e il 1964. Scoprì così anche il poeta svevo Friedrich Hölderlin: sua è la poesia Das Unverzeichliche, termine emblematico che ritornerà come titolo del saggio di Cristina Campo Gli imperdonabili, apparso per la prima volta in «Elsinore» tra il 1964 e il 1965, poi compreso in Il flauto e il tappeto e nel 1987 scelto come titolo alla omonima raccolta di saggi già citata; Cristina tradusse i suoi versi senza mai pubblicarli.  

Il trasferimento a Roma nel 1955, cambiamento segnato da grande sofferenza, le permise di stabilire nuove e feconde relazioni con intellettuali e artisti come Roberto Bazlen, Ignazio Silone, Corrado Alvaro, Margherita Dalmati, Alessandro Spina, Christine Koschel, di cui tradurrà poi otto poesie su «Conoscenza religiosa» nel 1969 e 1972, non incluse nella raccolta La tigre assenza. 

Il 1956 vide la pubblicazione della sua prima raccolta poetica, Passo d’addio (Milano, All’insegna del Pesce d’Oro), che riunisce undici componimenti, già raccolti in un inedito «Quadernetto» noto agli amici, rispetto al quale il libro compie un’ulteriore selezione, escludendo sei testi. L’estrema selettività di questa scelta ci suggerisce una concezione della poesia legata a un’idea di perfezione, coerenza semantica e controllo formale, in accordo con la cultura ermetica e simbolista. Come enuncia il titolo stesso del volume, il testo allude a un senso di congedo, di chiusura di una stagione. Il “passo d’addio”, locuzione che rimanda all’elemento della danza e della grazia e debitore del topos ermetico del “passo”, rappresenta la fine di una stagione di passioni giovanili, su cui si staglia l’ombra della storia d’amore con Leone Traverso (mentre almeno la poesia Moriremo lontani è dedicata all’amore incompiuto per Mario Luzi). Si tratta di un canzoniere che risente della koinè simbolista e che ben poco concede alle tendenze più moderne di abbassamento prosastico del linguaggio poetico. 

Nello stesso 1956 Campo avviò una collaborazione con alcuni programmi radiofonici RAI, concentrandosi su recensioni, spesso di poesia, ma fu anche un anno di profonda sofferenza personale, che la portò a chiedere agli amici di distruggere tutte le lettere che avevano ricevuto da lei. 

Ponendosi in un atteggiamento di assoluto rispetto nei confronti dei testi tradotti, negli anni Cinquanta e Sessanta Campo si concentrò su William Carlos Williams, Virginia Woolf e John Donne (per un la pubblicazione di una raccolta di sue poesie per Einaudi consegnerà i testi solo nel 1970, dopo aver ricevuto l’incarico nel 1964 e aver sofferto immensamente la morte dei a pochi anni di distanza). Pubblicò poi nel 1962 Fiaba e mistero (Firenze, Vallecchi), mentre nel 1964 inviò un suo racconto, La noce d’oro, per il Premio Teramo, senza comunque mai ricercare il fascino della consacrazione letteraria e mostrandosi anzi sollevata di non aver vinto; il racconto fu poi pubblicato in Sotto falso nome (Milano, Adelphi, 1998). Continuò a scrivere per riviste come «Paragone», «Letteratura», «Il Giornale d’Italia», «Tempo Presente», «Nuova Antologia». 

Furono anche gli anni in cui iniziò e si consolidò la relazione con Elémire Zolla, con cui visse fino alla fine. Diedero vita a un ritrovo intimo, in cui amici, molti appartenenti a un milieu internazionale, trovavano uno spazio intellettuale fuori dalle consuete istituzioni. Oltre a ciò, Campo e Zolla lavorarono all’antologia I mistici dell’Occidente (Milano, Garzanti, 1963), che accolse anche testi pensati per il Libro delle ottanta poetesse. Inoltre Cristina, che non aveva ricevuto un’educazione cattolica ma si era avvicinata alla fede con un percorso personale, criticò insieme a Zolla, le istanze modernizzatrici promosse dal ConcilioVaticano II (1962-1965). Scrisse poi su «Conoscenza religiosa», rivista fondata da Zolla nel 1969. 

Dai suoi autori prediletti, Marianne Moore, Lawrence e Čechov, Weil e Hofmannsthal, plasmò la sua vocazione alla «sprezzatura» – così intestò anche una redazione dello scritto Con lievi mani, oggi conservato presso la Biblioteca Universitaria di Bologna (ms. 4594). Il termine si riferisce a quel rigore morale verso ciò di cui si scrive, per riuscire a rivelare i simboli misteriosi nei quali confluisce il vero ordine delle cose. La bozza appena citata fu rielaborata in uno dei saggi raccolti in Il flauto e il tappeto, pubblicato nel 1971 da Rusconi, per cui Cristina e Zolla divennero anche consulenti editoriali. 

Cristina Campo morì nella notte tra il 10 e l’11 gennaio 1977, dopo aver vissuto gli ultimi anni in una perenne sofferenza del corpo e della mente: abbandonò l’idea di lavorare al libro Poesia e rito, ma riuscì a produrre una serie di liriche e saggi attraverso cui svelare e adorare la sacralità della liturgia. Diario bizantino e altre poesie venne pubblicato postumo su «Conoscenza religiosa».  

Opere principali

Passo d’addio, Milano, All’insegna del Pesce d’Oro, 1956.
Diario bizantino e altre poesiein «Conoscenza religiosa», 1, 1977.
La tigre assenza, a cura e con una nota di Margherita Pieracci Harwell, Milano, Adelphi, 1991 (contiene le poesie e le traduzioni poetiche). 

Bibliografia critica essenziale

Campo Cristina, Elegia di Portland Road. Elegía de Portland Road, traducción por Maria Pertile, revisión por Maria-Josep Balsach, in «REVISIONES. Revista de crítica cultural», 6, 2010, pp. 113-115.
De Stefano Cristina, Belinda e il mostro. Vita Segreta di Cristina Campo, Milano, Adelphi, 2002.
Di Nino Nicola (a cura di), «Con lievi mani». Sulle traduzioni di Cristina Campo nel centenario della nascita, in «Cahiers d’études italiennes», 36, 2023.
Farnetti Monica, Osservazioni sul metodo correttorio di Cristina Campo, «Studi Novecenteschi», XXV, 56, 1998, pp. 331-349.
Fornaro Sotera, Il confessore della forma: il magistero di Gottfried Benn per Cristina Campo, in Ah, la terra lontana… Gottfried Benn in Italia, a cura di Amelia Valtolina e Luca Zenobi, Pisa, Pacini Editore, 2018, pp. 161-206.
Koschel Christine, L’urgenza della luce. Cristina Campo traduce Christine KoschelCon testo a fronte, a cura di Amedeo Anelli, Firenze, Le Lettere, 2004.
Borio Maria, Pensiero, metafora e decreazione in Cristina Campo, in «Configurazioni», 4, 2024, pp. 53-95.
Negri Federica, Cancellando le tracce. Cristina Campo e la scrittura, in Le graphie della cicogna. La scrittura delle donne come ri-velazione, a cura di Saveria Chemotti, Padova, Il Poligrafo, 2012.
Paroli Elena, Cristina Campo, una «filatrice d’inesprimibile». Il valore simbolico della fiaba nel processo cognitivo di una mistica del nostro tempo, in «Italies», 21, 2017, pp. 393-407.
Veglia Marco, Per Cristina Campo, in «Italianistica», 52, 3, 2023.

Fondi archivistici

Il fondo Campo è conservato presso il Gabinetto Scientifico Letterario Vieusseux di Firenze (Archivio Bonsanti)

Scheda redatta da Ludovica Montalti

Ultimo aggiornamento 3 Aprile 2026

Documenti

Cristina Campo, Passo d'addio, Milano, Scheiwiller, 1956
Cristina Campo, Passo d'addio, Milano, Scheiwiller, 1956
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