Tomaso Binga
Profilo
Bianca Pucciarelli, nota come Tomaso Binga, nasce a Salerno il 20 febbraio 1931. Nel 1959 sposa lo storico dell’arte Filiberto Menna e si trasferisce a Roma, dove frequenta importanti gallerie d’arte come L’Attico, Il Segno, La Nuova Pesa e Seconda Scala. Dal 1968 lavora alla serie dei “polistiroli”, ovverosia delle opere composite in cui le forme concave del polistirolo, usato di solito per l’imballaggio dei prodotti, propongono una nuova significazione di materiale iconografico tratto dai mass-media per mezzo del collage. Dal 1971, stimolata dall’assiduità dei contatti con Ketty La Rocca, Eugenio Miccini, Stelio-Maria Martini e Carlo Alfano, Binga lavora alla cosiddetta “Scrittura desemantizzata”, creando opere verbo-visive in cui la facies verbale è illeggibile. In una prima fase, confrontandosi con le lettere alfabetiche, l’artista crea dei racconti in cui le iniziali e i dettagli anatomici di alcuni conoscenti danno luogo a una sorta di narrazione iconica di tipo provocatorio e dissacrante; successivamente, con opere quali Tramonto a mare (1973), Strigatoi da lavandaia (1974) e Lettere al mittente (1974) riduce al minimo la leggibilità per aprire il linguaggio ad altre possibilità di significazione. L’anno successivo, porta la sua personale, dal 2 al 16 dicembre, alla galleria Diaframma32 di Napoli, dove espone alcuni dei “polistiroli”, dei “ritratti analogici” e dei collages larghi realizzati fino a quel momento. Nel 1974 fonda con il marito il Lavatoio Contumaciale, un’associazione culturale dedita alla promozione delle arti attraverso dibattiti, presentazioni, mostre, performances e incontri di vario tipo. L’attenzione particolare rivolta alla poesia verbo-visiva e sonora porta al coinvolgimento dei più importanti esponenti della temperie sperimentale, tra cui Lamberto Pignotti, Arrigo Lora-Totino e Mirella Bentivoglio.
Due anni più tardi, si lega alla fotografa Verita Monselles con cui stringe una proficua collaborazione in ambito soprattutto performativo: contestazione politica ‒ rivolta, in particolare, alle discriminazioni di genere ‒ e poesia, in questo contesto, si fondono in un’arte che si fa sonora e gestuale, avvicinandosi spesso alla Body Art, come in “Scrittura vivente” del 1976. Ampliando questo concetto di verbalizzazione del corpo, dà alle stampe il libro d’artista Abbecedario: aeiou. 1975-1976 (s.l., s.n., 1976), in cui ad ogni lettera ‒ maiuscola e minuscola dattiloscritte, maiuscola e minuscola realizzate a mano ‒ corrisponde una fotografia, scattata da Monselles, di una posa assunta dal corpo femminile dell’autrice stessa, inscritto, quindi, in una cornice alfabetica. Il meccanismo di identificazione tra scrittura e corpo viene applicato anche ai pronomi personali soggetto e alla coniugazione dell’indicativo presente del verbo essere, per cui si nota la sostituzione di “ella” ad “egli” e di “esse” a “essi”. Tra il 1976 e il 1977, partecipa alla rassegna “Tra linguaggio e immagine”, curata da Mirella Bentivoglio, con le “tappezzerie-desemantizzazioni” ‒ si veda, per esempio, Carta da parato, appartenente a una serie presentata durante la personale a Casa Malangone, a cura della Galleria Lo Spazio a Roma ‒ che contestano il modello sociale borghese, di stampo maschilista e patriarcale, colpevole di una ghettizzazione della donna all’interno delle mura domestiche. Al contempo, Binga si esibisce durante varie occasioni culturali con la performance “Oggi spose” in cui rivendica l’autonomia della donna come soggetto pensante in una società che, invece, la immobilizza per prevaricazione nelle relazioni con il marito e con i figli. Nel 1977 pubblica …& non uscire di casa, un volume in cui le immagini fotografiche e illustrative accompagnano le sperimentazioni testuali e i tre brevi testi in prosa, Sogno n.1, Sogno n.2 e Sogno n.3. Il focus attorno al quale ruotano gli elementi costitutivi dell’opera è l’insieme dei ruoli che la società patriarcale prevede per la donna, qui definita «donna-dado», ovverosia prostituta, vergine, madre, sesso, donna e oggetto posseduto dall’uomo. Le immagini e i testi afferenti alla poesia concreta, molto simili ai typoems di Hansjörg Mayer e alla poesia spaziale di Pierre Garnier, tendono a scardinare questi ruoli e a conferire un nuovo significato al luogo-casa, inteso ora come spazio di autonomia, di creatività, di anticamera per la libertà.
Segue la pubblicazione di un libro d’artista, Io sono una carta, che rievoca il libro imbullonato di Fortunato Depero e le lito-latte di Tullio d’Albisola, per la rilegatura con i bulloni a spina, la copertina di cartone con chiusura a spina di latta e l’utilizzo di carte di varia grammatura, qualità e colore. Nel 1978, viene invitata da Mirella Bentivoglio a partecipare alla mostra “Materializzazione del linguaggio” all’interno della Biennale di Venezia, dove presenta la sua nuova forma di scrittura, denominata “Dattilocodice”: le sovrapposizioni di differenti segni alfabetici battuti a macchina ‒ forti sono le suggestioni di Mayer, di Franz Mon e di Henri Chopin ‒ sembrano rappresentare un’ipotetica, globale, babelica Ursprache a cui l’autrice si auspica di tornare. In prolifiche serie di opere, come “Fai da te” (1981) e “Scrittura in fiore” (1984), Binga dà luogo a una poesia per immagini, procedendo per evocazioni iconiche provenienti dalla parola che si fa “scrittura del vivente” e “scrittura dell’ambiente”. Nel 1982 fonda con Vito Riviello, Romano Rocchi e Giorgio Weiss il gruppo Avanpoesia, ispirandosi all’avanspettacolo sperimentale futurista. Nel 1985, con la serie “Biographic” ‒ che accoglie numerose opere realizzate fino al 1996 ‒ partecipa all’XI Quadriennale di Roma per la sezione “Arte come Scrittura”. Due anni dopo, presenta la sua retrospettiva “Storie di ordinaria scrittura 1970/87” e partecipa alla mostra “Pittura-Scrittura-Pittura”, curata da Fulvio Abbate, da Menna e da Matteo D’Ambrosio. È del 1988 l’altra personale, “Binga si mangia la coda e poi si eleva”, tenutasi a Milano. In questo decennio, Binga si dedica a macro-progetti che, mediante performances, installazioni, poesie visive, poesie sonore, azioni ambientali, raccontano e demistificano la società contemporanea grazie a un linguaggio aperto, combinatorio, frammentato. A causa della Prima Guerra del Golfo, la poetessa realizza un libro d’artista intitolato Riflessioni a puntate in cui la frase «bisogna fermare le guerre», dattiloscritta in nero e in rosso, è ripetuta più volte su uno dei cartoncini ripiegati appartenenti a questa sorta di grande origami polimaterico. Dal 22 al 26 ottobre 1991, partecipa alla mostra “Parola immagine”, per il XVI Premio nazionale della città di Gallarate, dedicata alla poesia visiva e curata da Vincenzo Accame, Luciano Caruso, Eugenio Miccini e Luciano Caramel (il catalogo esce nel 1991 per la Civica galleria d’arte moderna di Gallarate). L’anno seguente interviene nel programma “Audio Box” per Radio Rai Tre, iniziando una serie di collaborazioni con la RAI che occupano l’intero decennio, così come sono numerose le sue apparizioni al Maurizio Costanzo Show per Mediaset. Nel 1995, Binga dà alle stampe il volume Vorrei essere un vigile urbano in cui i trentadue testi visuali, basati sulla combinatoria e l’iterazione, sono graficamente caratterizzati dall’adozione di un’ingente quantità di font. L’autrice espone a Roma nel 1997 la serie “Diari 1985/1995” alla mostra “La poesia è un gioco dello sguardo”. Per la sfilata prêt-à-porter della stagione autunno-inverno 2019-2020, Maria Grazia Chiuri, fashion designer della maison Dior, affianca alle modelle le “donne-lettere” di Tomaso Binga, tratta dalla serie “Scritture viventi” del 1976 e dall’“Alfabetiere murale” del 1977. Nel 2021, la poetessa recupera il “Dattilocodice” e lavora alla serie “Alpha Symbol” in cui, al posto delle lettere alfabetiche, sono i simboli, scritti al computer, ad essere al centro di una riflessione critica. Nel 2024, Binga pubblica Le pene del pene, una raccolta poetica tripartita che, attraverso l’uso dell’ironia e della provocazione tenta di ridicolizzare e criticare la mentalità patriarcale che domina la cultura occidentale. La sterminata produzione artistica di Binga fonde, come abbiamo visto, materia visiva, poetica, sonora e gestuale in un agglomerato segnico, grafico, scritturale, che riflette sul soggetto, sulla comunicazione e sulla società.
Opere principali
Abbecedario: aeiou. 1975-1976, s.l., s.e., 1976.
…& non uscire di casa, Macerata, La Nuova Foglio, 1977.
Io sono una carta, Roma, s.e., 1977.
Ti scrivo solo di domenica, s.l., Lidia, 1977.
“La poesia” S. P. A., Roma, Quasar, 1981.
È vietato l’ingresso alla Poesia, Roma, s.e., 1983.
Si fa per scrivere, Roma, s.e., 1983.
Storie di fuoco, Roma, Artein, 1984.
IN dovina cos’È, Alatri, Hetea, 1987.
Sono stanca a più non posso, Roma, Rossi & Spera, 1987.
Vorrei essere un vigile urbano, Pescara, Sala, 1995.
Come cometa: poesie in contumacia, Roma, Il Filo, 2003.
Riflessioni allo specchio (haiku), Agromonte, Ogopogo, 2008 (con Cosimo Budetta)
Valore vaginale, Pescara, Tracce, 2009.
Le pene del pene, Lecce, Milella, 2024.
Eventi
Bibliografia critica essenziale
Casero Cristina, Il linguaggio del corpo. Note sulla ricerca di Tomaso Binga, in «Arabeschi», n. 18, Catania, luglio-dicembre 2021, pp. 45-48.
Perna Raffaella, Le performance di Tomaso Binga: una rilettura attraverso le fonti, in «Arabeschi», n. 18, Catania, luglio-dicembre 2021, pp. 19-33.
Portesine Chiara, «Come un quadro vivente, recito la poesia»: funzione e pervertimento della scrittura nell’opera di Tomaso Binga, in «Arabeschi», n. 18, Catania, luglio-dicembre 2021, pp. 34-44.
Tolve Antonello, Zuliani Stefania (a cura di), Tomaso Binga. Scritture viventi, Salerno, Plectica, 2014.
Tolve Antonello (a cura di), Tomaso Binga dalla A alla Z, Milano, Postmedia, 2024.
Fondi archivistici
L’Archivio Tomaso Binga, associazione culturale con sede a Roma in Via dei Giuochi Istmici n. 39, è di recente apertura (2023); per questo motivo le operazioni di inventariazione e catalogazione del patrimonio documentario sono ancora in fase di svolgimento.
Scheda redatta da Clementina Greco
Ultimo aggiornamento 23 Marzo 2026
Documenti




"La Storia". Performance del 1993
"Artissima 18". Intervista a Tomaso Binga - Torino 2011