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Ketty La Rocca

La Spezia, 14 Luglio 1938 Firenze, 7 Febbraio 1976

Profilo

Gaetana La Rocca nasce a La Spezia il 14 luglio 1938 e a dieci anni, in seguito alla morte del padre Michele, si trasferisce a Firenze con la madre e con la sorella. Dopo aver vissuto in un convitto femminile, ottiene nel 1956 il diploma di insegnante elementare e inizia a frequentare i corsi di musica elettronica di Pietro Grossi, presso il Conservatorio di Musica Luigi Cherubini. In questo periodo ‒ durante il quale lavora come aiuto-radiologa e poi come maestra ‒, sposa Silvio Vasta con cui ha un figlio, Michelangelo, attuale gestore dell’“Archivio Ketty La Rocca”. Dal 24 al 26 maggio 1963, presso il Forte Belvedere di Firenze si tiene il convegno “Arte e comunicazione” che sancisce la formazione del Gruppo 70, un’eterogenea compagine di artisti e poeti guidata da Lamberto Pignotti ed Eugenio Miccini, a cui ben presto si avvicina l’autrice spezzina. Sviluppando le premesse teoriche espresse su «Quartiere» e rielaborando la filosofia estetica di Max Bense ‒ formulata in quattro volumi pubblicati tra il 1954 e il 1960 ‒, il gruppo adotta gli strumenti, le tecniche e finanche il linguaggio di massa per rappresentare ‒ e criticare ‒ i mutamenti occorsi nella società tra gli anni Cinquanta e Sessanta, dando luogo a quella che Pignotti definisce “poesia tecnologica”. Prelevando frammenti da rotocalchi, pubblicità, quotidiani, fotoromanzi, fumetti, La Rocca realizza le sue prime poesie visive dal 1964 attraverso la tecnica collagistica, alcune delle quali vengono esposte alla “Mostra dei pittori del Gruppo ’70 e mostra di Poesie Visive” tenutasi nel 1965 presso la Galleria Le Muse di Perugia a cura di Camillo (alias Lelio Missoni) ‒ all’evento partecipano, tra gli altri, anche Achille Bonito Oliva, Antonio Bueno, Emilio Isgrò, Lucia Marcucci, Eugenio Miccini, Luciano Ori e Lamberto Pignotti. Nella terza sezione, intitolata Il mito ci sommerge, del secondo numero della collana “I TRIS. Nuove idee per leggere divertendosi”, uscito nel maggio 1966 per la casa editrice Sampietro, La Rocca pubblica alcuni suoi testi visivi con Camillo, nonostante compaia in copertina soltanto la firma di quest’ultimo. Nei collages minimalisti di La Rocca, anche la superficie della pagina è investita dal ruolo di significante, laddove la fusione tra immagini e parole incollate sul foglio costituisce un’unitaria texture di significati altri rispetto al contesto originario.

Fin dal principio della sua produzione poetica, l’autrice riflette sul ruolo della donna all’interno della società e ne critica il costante processo di sessualizzazione e di oggettificazione perpetrato anche dai mass-media. La critica anticlericale è, invece, alla base di due poesie visive estremamente significative all’interno della sua opera: Io sono Peter (1965) e Bianco Napalm (1966) ‒ in cui l’immagine del prelato a fianco di un militare intento a sparare a una giovane madre vietnamita e a suo figlio sta a denunciare il silenzio colpevole da parte della Chiesa. Su “Dopotutto”, estratto della rivista «Letteratura» (n. 82-83), la poetessa pubblica il saggio Crisi nell’arte e poesia nostrana in cui dichiara apertamente la necessità di rinnovare il linguaggio, la cui cristallizzazione in forme tradizionali provoca uno scollamento dalla società. In questa fase, escono sia poesie lineari che verbo-visive di La Rocca su periodici di rilievo ‒ come «La Nazione» e «Dopotutto» ‒ e vengono organizzati degli happenings, cioè delle brevi unità recitative ideate dagli esponenti del movimento Fluxus, che coinvolgono l’artista, come “Poesie e no” in cui si fondono simultaneamente più registri comunicativi. Nel 1967, inoltre, partecipa attivamente alla performance “Volantini sulla strada” che prevede la collaborazione da parte del pubblico, affidando la poesia all’effimero mezzo del volantino, emblema della moderna società dei consumi. Nello stesso anno, due anni dopo l’operazione “Poesia per le strade” condotta da Carlo Belloli, elabora una serie di “poesie segnaletiche” ‒ alcune delle quali sostituiscono temporaneamente le legittime indicazioni stradali presso l’uscita autostradale di Firenze Nord ‒ che trattano, ancora una volta, il ruolo della donna nell’asfittico sistema patriarcale dell’Occidente. Recuperando la lezione futurista e abbracciando la teoria intermediale di Dick Higgins, quindi, La Rocca sfuma i contorni tra settori artistici ed esplora varie sperimentazioni, avvicinandosi alla Poesia Concreta e a Fluxus. Dall’8 al 18 agosto 1967, porta le sue “segnaletiche” anche all’evento “Parole sui muri. Prima esposizione universale di manifesti”, organizzato a Fiumalbo da Adriano Spatola, Claudio Parmiggiani e Corrado Costa. In questa occasione, incontra il poeta verbo-visivo Julien Blaine ‒ assiduo frequentatore di Spatola e Niccolai al Mulino di Bazzano ‒ con cui condivide sia la creazione di poesie stradali che una profonda riflessione riguardante le lettere alfabetiche. L’autore francese, infatti, pubblica qualche mese dopo l’opera Paragenesi (Bologna, Sampietro, 1965) che molto ha a che vedere con le successive ricerche poetiche di La Rocca ‒ si veda, a titolo esemplificativo, il testo j sul terzo numero di «Geiger» del 1969 ‒, che arriva a destrutturare talmente tanto il linguaggio da creare le cosiddette “lettere giganti”, ovverosia monogrammi scultorei in PVC di colore nero di grandi dimensioni.

Dal 23 novembre al 2 dicembre 1968 espone delle poesie visive con Camillo e Massimo Grillandi a Portici, presso la Galleria d’arte Carolina, in occasione della mostra “L’immagine contestata”, mentre nell’aprile 1970 espone alcune “lettere giganti” presso la Galleria Duemila di Bologna e al Palazzo dei Musei di Modena. Nel 1970, sulla rivista «Tèchne», aperta da Miccini in seguito allo scioglimento del Gruppo ’70, La Rocca pubblica il testo teatrale La storia che ha commosso il mondo, strutturato come una drammaturgia tradizionale in cui si avvicendano dei personaggi e un coro ma il tutto viene stravolto dallo speaker che invade la scena con riferimenti alla cronaca e all’universo mass-mediatico corrente: abbiamo, quindi, i rimandi alla guerra del Vietnam, all’omicidio di Kennedy, alla mercificazione della donna, alla FIAT 600, agli antidepressivi, alla depilazione elettrica ecc. Nel 1971 si attesta un’ulteriore svolta all’interno del magmatico percorso poetico di La Rocca: con la pubblicazione del libro d’artista In principio erat, prefato da Gillo Dorfles, in cui ai testi nonsense, accompagnati da alcune traduzioni approssimative o erronee in inglese, fanno da contraltare delle fotografie che ritraggono le mani, l’autrice inizia a mettere in discussione la comunicazione verbale e visiva, in favore di un campo di ricerca altro che utilizza le possibilità offerte dal corpo, ovverosia la poesia gestuale e performativa. La regressione a un tipo di comunicazione prelinguistico permette la liberazione dalla catena di significanti-significati tramandata dalla tradizione e offre al fruitore molteplici possibilità percettive e ricettive. Seguono la mostra “Novilunio” dal 22 maggio al 6 giugno 1971 presso il Palazzo dei Diamanti di Ferrara, l’uscita del videotape Appendice per una supplica e la personale “I cervi sono veloci, gli indiani sono veloci, gli indiani sono cervi”, che si tiene presso la Galleria Seconda Scala di Roma nel febbraio 1973. Il medium fotografico diventa pervasivo nell’opera di La Rocca che elabora a partire dal 1974 una serie di “Riduzioni”, cioè delle ri-significazioni di immagini consumate e abusate dal settore pubblicitario come pietre miliari della storia dell’arte e locandine cinematografiche, grazie alla giustapposizione di parole e segni grafici sui contorni dell’immagine originale, provocando un effetto straniante. Nel frattempo, lavora anche alle “craniologie”, cioè manipolazione fotografica delle lastre radiografiche in cui le mani, soprattutto pugni, si sovrappongono alle lastre che rappresentano il cranio, colpito da un tumore maligno apostrofato dalla poetessa con “you”. Un tu che torna, ripetitivo e opprimente, nella performance “Le mie parole, e tu?” messa in scena nel 1975. Ketty La Rocca muore a Firenze il 7 febbraio 1976. Molti studiosi, tra cui Lucilla Saccà, Raffaella Perna ed Elisa Biagini, hanno approfondito il percorso personale, poetico e artistico di Ketty La Rocca, evidenziandone l’ingente portata innovativa.

Opere principali

Il mito ci sommerge, in volume tripartito per la collana I TRIS. Nuove idee per leggere divertendosi, Bologna, Sampietro, 1966 (con Camillo).

In principio erat, Firenze, Centro Di, 1971.

Eventi

Bibliografia critica essenziale

Del Becaro Elena (a cura di), Intermedialità al femminile. L’opera di Ketty La Rocca, Milano, Electa, 2008.

Gallo Francesca, Perna Raffaella (a cura di), Ketty La Rocca: nuovi studi, Milano, Postmedia, 2015.

Saccà Lucilla (a cura di), Ketty La Rocca: i suoi scritti, Torino, Martano, 2005.

Scheda redatta da Clementina Greco

Ultimo aggiornamento 2 Marzo 2026

Documenti

In principio erat (Firenze, Centro Di, 1971).

In principio erat (Firenze, Centro Di, 1971).

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