Lucia Marcucci
Profilo
Discendente della famiglia aristocratica von Hagen, Lucia Marcucci nasce a Firenze il 29 luglio 1933 e, ancora bambina, deve affrontare gli stenti e i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Prosegue negli studi e si diploma al Liceo classico, per poi entrare all’Accademia di Belle Arti della sua città. Ancora studentessa, Marcucci crea delle piccole sculture in gesso e tempera, compone nature morte con la frutta marcescente, elabora elementi architettonici, manipola fotografie e scrive su ogni opera: l’elemento verbale, costituito ora da brevi frasi ora da grafemi, entra immediatamente a far parte delle sue sperimentazioni artistiche. Nel 1955, anno in cui sposa il pittore Enrico Sirello, si trasferisce a Livorno, dove lavora come aiuto-regista e scenografa presso il teatro d’avanguardia Il Grattacielo, avendo modo di collaborare con Andrea Camilleri, Vilda Ciurlo e Athos Ori. Se nel 1962 dà alle stampe la sua prima raccolta di poesia lineare, intitolata Non c’erano barche nei canali, nel 1963 realizza il suo primo poema tecnologico ‒ inteso come sehtest, cioè collage effettuato per riallocazione di frammenti prelevati da quotidiani e rotocalchi, secondo quanto teorizzato da Lamberto Pignotti ‒, intitolato L’indiscrezione è forte, e conosce gli esponenti del Gruppo 70, con i quali sviluppa la messa in scena dello spettacolo “Poesie e no” sia a Livorno che, nel 1965, a Palermo. Presso la tipografia Debatte di Livorno, compone, nel 1964, tre manifesti tecnologici da affiggere e da strappare per le strade: L’Offesa, Un proverbio cinese e Il destino è tra le vostre mani.
Tra il 1965 e il 1967 realizza quattro cinepoesie o film collages, intitolate rispettivamente: Volerà nel ’70 (con Antonio Bueno, Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti) del 1965, Baci pugni e sparatorie (con Pignotti) del 1966, Cavalcate (con Pignotti) del 1966 e Cinepoesia del 1967. Nel frattempo, realizza il suo primo libro d’artista, Semplice, Facile, Divertente, edito da Guanda, appartenente a 8 fogli di poesia, pubblicazione scomponibile in otto libretti di Franco De Poli, Danilo Giorgi, Marcucci, Stelio Maria Martini, Alberto Oggero, Mario Persico, Luigi Tola e Gianni Toti. Il “foglio” di Marcucci, costituito da sei facciate che si dispiegano dall’alto al basso, creando una sorta di manifesto, si articola in una serie di testi graficamente isolati, a cui si alternano due testi di matrice parolibera, che proclamano la necessità del disarmo nucleare. Nell’estate 1966, si esibisce al Festival dei Due Mondi di Spoleto, alla presenza di Ezra Pound, presentando una riduzione di “Poesie e no”. L’alluvione che il 4 novembre colpisce Firenze non risparmia le opere di Marcucci ‒ tornata nella sua città, insieme al figlio Andrea ‒ che, irrimediabilmente, vengono distrutte. In questi anni, l’autrice sperimenta ad ampio spettro, dedicandosi alla poesia tecnologica, agli happenings, alla musica-poesie, alle mostre, ai dibattiti, alle performances e ai festival.
Nel 1968, in seguito allo scioglimento del Gruppo ’70, fonda il Gruppo Internazionale di Poesia Visiva ‒ che vede tra i protagonisti Eugenio Miccini, Luciano Ori, Sarenco, Michele Perfetti, Paul De Vree e Herman Damen ‒ e collabora con le riviste «Lotta poetica» e «De Tafelronde». In questa fase, l’autrice si discosta spesso dalla tecnica del collage in favore della scrittura su tela emulsionata, come per L’uomo e le sue scelte, o su stampe. Nel 1970 pubblica Io ti ex-amo. Romanzo tecnologico, un libro d’artista, dalle pagine non numerate, rimasto inedito per ben quattro anni e, nello stesso periodo, collabora anche con Sarenco a una serie di poesie auditive, ovverosia registrazioni radiofoniche assimilabili alla Poesia Sonora, che escono nel 1971 in audiocassetta per l’Amodulo ‒ insieme a Miccini, Ori, Perfetti e Pignotti ‒ con il titolo Poemi tecnologici del Gruppo ’70. Nel 1972, per l’editore Sampietro di Bologna, nella collana Underground/a, pubblica Nove stanze. Racconto visivo, un volume dall’impianto narrativo composto da nove cartoline non rilegate, ma numerate e titolate, che presentano poesie visive satiriche e polemiche nei confronti della società capitalistica e consumistica. Ogni capitolo ‒ il nome, la fede, il paradiso, la decisione, l’assurdo, il successo, chissà, l’amore, un posto ‒ è costituito da una cartolina bipartita, dal fondo nero, in cui all’enunciato di una figura maschile si contrappone quello di una figura femminile, costituendo una trama ambigua. La sua prima mostra personale risale al 1972 (Firenze, Studio Inquadrature 33, a cura di Renato Barilli), anno in cui inizia anche a partecipare a una serie di esposizioni collettive sia in Italia che all’estero, come “Esposicion Internacional de Poesia Visual. II Bienal” (Istituto Panameno de Arte, Panama, 1972) a cura di Clemente Padín; “Poesia Visiva” (Studio Brescia, Brescia, 1973); “Lucia Marcucci” (Centro Culturale Studio 2, Sesto San Giovanni, 1974), “La nuova esperienza poetica di Lucia Marcucci” (Galleria Il Canale, Venezia, 1974) curata da Rossana Apicella, “Lucia Marcucci” (International Cultural Center, Anversa, 1978), “Poesia visuale italiana / gli anni ’60, adesso” (Mercato del Sale, Milano, 1984) e così via, fino alle più recenti rassegne.
Nel 1973, si scioglie il Gruppo Internazionale, detto “dei Nove”, ma Marcucci prosegue il suo percorso poetico e artistico sperimentando nuove forme e nuove tecniche: si dedica, in particolare, ai libri oggetto, alle impronte corporali, alle opere realizzate a pastello o con l’acrilico, ai collages e alle fotografie. Negli anni Ottanta, l’autrice usa delle tele di grandi dimensioni, chiamate “maxipagine”, sulle quale riproduce famose icone dei media con i colori acrilici, così come manipola dei cartelloni pubblicitari, ribaltando di segno il messaggio originario. Nel 1983, pubblica Libro Oggetto per la casa editrice Campanotto. Negli anni Novanta, invece, rispondendo alle sollecitazioni provenienti dalla rivoluzione digitale, Marcucci applica la tecnica del cut-up ai materiali provenienti dalla rivista statunitense «Wired» per creare i cosiddetti “Virtual Poems”. Altrettanto interessanti sono le “Poesie oggetto”, opere polimateriche in cui supporto e codice, significante e significato, sfumano i rispettivi contorni in favore di una permeabilità che ha molto in comune con certe sperimentazioni di Kurt Schwitters. La tecnica del collage viene applicata a oggetti d’uso quotidiano ‒ come il televisore in Original video ‒ che, quindi, vengono investiti da un nuovo tipo, spesso provocatorio, di significazione. Interessante anche la serie, risalente al 1992 e al 1993, di acrilici su tela di forma quadrata e di grandi dimensioni caratterizzata da una stratificazione segnica che pone al centro il termine “poesia”, come si nota in Il poeta (1992), Passione e poesia (1992), Memorie per il poeta (1992), L’infinito poema (1993) o Azzurro puro (1993). È in questo periodo, infatti, che l’autrice recupera il repertorio calligrafico che, fondendosi alla pittura, testimonia una volontà figurativa da un lato e un ritorno alla naturalezza, e dunque alle origini, del linguaggio, che possiamo riscontrare anche in una serie di piatti di ceramica, realizzati nel 1997. Tra le ultime opere della produzione di Marcucci si cita la serie “Poesia Dislessica” costituita da assemblaggi di tessuti, di pagine, di fotografie in cui si riflette sul ruolo del poeta all’interno della società. Nel 2005, la poetessa edita Memorie e incanti. Extraitinerario autobiografico con l’editore Campanotto, in cui, nonostante l’impianto più tradizionale, destabilizza e scompone il genere autobiografico. Come ha rilevato Gillo Dorfles in uno scritto introduttivo al volume Miscellanea, edito nel 1993, che si propone di tracciare un bilancio dell’attività artistica di Lucia Marcucci, «forse è l’Ironia ‒ questa impareggiabile virtù ‒ a rendere più significativa e duratura tutta l’opera» trasgressiva, ludica e polimorfica della poetessa fiorentina.
Opere principali
Non c’erano barche nei canali, Firenze, Cynthia, 1962.
Il Dissenso n.7. Poesie Visive. Bologna, Sampietro, 1965.
Semplice, Facile, Divertente, in 8 fogli di poesia, Reggio-Emilia, Guanda, 1966.
Poesia visiva, Firenze, Tèchne, 1972.
Eventi
Bibliografia critica essenziale
Fastelli Federico, Lucia Marcucci, maestra verbovisiva, in «LEA – Lingue e letterature d’Oriente e d’Occidente», n. 4, Firenze, FUP, 2015, pp. 359-371.
Saccà Lucilla (a cura di), Lucia Marcucci: poesie visive 1963-2003, Firenze, Centro d’arte Spaziotempo, 2003.
Scheda redatta da Clementina Greco
Ultimo aggiornamento 2 Marzo 2026

