Piera Pegorari Tripodi
Profilo
Petronilla Tripòdi, nata a Scigliano, in provincia di Cosenza, l’11 febbraio 1934 e cresciuta a Catanzaro, condusse gli studi universitari di Lettere classiche prima a Messina, poi a Bari, dove si era trasferita con la famiglia all’inizio del 1956, laureandosi con una tesi in Storia della lingua italiana, il 15 marzo 1957. Sposatasi il 1 marzo 1958, decise di firmare tutte le sue opere facendo precedere al proprio cognome quello del marito e utilizzando, peraltro, il nome con cui era familiarmente chiamata. A soli 33 anni, il 18 novembre 1967 fu ammessa per merito all’Accademia Tiberina, in qualità di accademica associata. Educata alla migliore tradizione del novecentismo ispanico e italiano (le sue letture costanti erano per un verso: García Lorca, Asturias, Neruda e Alberti; per l’altro: Ungaretti, Quasimodo, Montale, Gatto, Bodini e Luzi), Piera Tripodi è fra le prime in Puglia a ricomporre il dissidio tra personale e politico, tra intimismo e fede religiosa.
Dalla sua poesia, pur pudica e sommessa, emana una forza autentica, una pietas radicata nella memoria della terra natale e nella coscienza del proprio ruolo di donna e insegnante, in un Sud in trasformazione. Negli anni Sessanta e Settanta, in una città di Bari attraversata da vivaci fermenti culturali e da tensioni politiche, ebbe modo di intessere relazioni con diversi scrittori e uomini di teatro allora molto attivi, da Hrand Nazariantz a Vito Maurogiovanni, da Maria Marcone a Leonardo Mancino e Rino Bizzarro: questo fu il periodo in cui esordì con Anima nuda, Dietro le dune e Quando l’estate va…, e nel quale vanno anche collocati i suoi interessi pedagogici, soprattutto in relazione alla sperimentazione di pratiche didattiche speciali per portatori di disabilità e al loro inserimento nelle classi ‘normali’, in un quadro legislativo nazionale ancora incerto. A questo ambito di interessi sono da ricondurre i saggi Rapporto tra capacità di apprendimento e affettività («Nuova rassegna», 1972), Il mondo di Gianni e Storia di Michele (entrambi usciti per L’Aurora serafica, Bari 1980). La scuola fu la sua passione più grande, attraversata da una costante preoccupazione politica, da un’inquietudine religiosa e da una personale inclinazione alla solitudine, che quasi presero il sopravvento sulla vocazione poetica e la indussero a sospendere le pubblicazioni per oltre un quarto di secolo.
Le prime tre raccolte si caratterizzano subito per la delicatezza delle immagini, la finezza del sentimento e la musicalità diffusa, dove fonemi, colori e sintassi concorrono alla formazione di una tessitura lieve e pulita. Le emozioni sono risospinte in una dimensione di sogno trasparente, mosso da un filo magico e invisibile: il risultato è un ‘fantasma’ poetico, dalle tonalità calde e controllate, aliene dal compiacimento e dal patetismo amoroso imputabili a molta produzione poetica minore del dopoguerra.
Nelle liriche degli anni Sessanta, una sensibilità femminile fresca e schietta si effonde in modi diretti, sostenuti da un realismo sereno ma non ingenuo, capace di collocare i drammi familiari (accennati con molto riserbo e reticenza) sullo sfondo delle grandi vicende generali, che neutralizzano un possibile cedimento sentimentale. L’autrice privilegia un’espressione naturale ed essenziale, che punta a un registro medio, né scarno né magniloquente: l’efficacia dei testi nasce proprio dall’assenza di forzature e dall’aderenza spontanea alle emozioni e al loro calibrato filtraggio lirico. Il fascino di questa prima stagione risiede nella misura, nell’atteggiamento spirituale, nella capacità di temperare i sentimenti comuni con mezze tinte, che trasferiscono l’ordinario in una dimensione incantata.
Dopo un lungo silenzio editoriale, nel 1994 Tripodi decide di attingere alla vasta mole di manoscritti ai quali aveva lavorato negli anni Settanta-Novanta e nell’ultimo ventennio di vita dà alle stampe tre raccolte (Vivere oltre, Notti di evocate presenze e Zagare e macerie) e due romanzi brevi (Il lungo viaggio di Nina e La chiusa, entrambi usciti per l’editore Calabria di Patti, rispettivamente nel 2003 e nel 2004). Con Vivere oltre (1994) la voce di Tripodi affronta il tema più arduo della sua parabola biografica: con la perdita del marito Piero, giurista e pittore, s’impone ora alla scrittura un distillato di dolore e una lingua più forte, più calda, talora ruvida, pur restando fedele all’anti-retoricità che l’aveva sempre contraddistinta. Il libro addita una possibile sopravvivenza affettiva attraverso il linguaggio, una resistenza emotiva che si affida alla memoria di gesti e parole. Questa operazione di ricucitura spirituale si fonda su una fede limpida e non ostentata, parte integrante dell’esperienza quotidiana, estranea a ogni esteriorità cultuale, ma radicata nella concretezza dell’esistenza. La parola poetica, volutamente priva di orpelli, aderisce ai moti profondi dell’animo con assoluta naturalezza, nel tentativo di comunicare al lettore sensazioni e pensieri nella loro forma più pura, senza perdere l’energia originaria.
La sua prova poetica più consapevole e meritevole di attenzione è forse Notti di evocate presenze (1999), in cui l’indagine si concentra intorno al mito di Moira, archetipo classico del destino, qui rivisitato in chiave moderna, sullo sfondo di una poesia colta e sorvegliata, ma capace di sacrificare la forma a un soprassalto vitale. La voce poetica, attraversata da solitudine e improvvisi affollamenti interiori, instaura con Moira un corpo a corpo inquieto, segnato da incontri, agguati, fughe, nascondimenti: la divinità notturna appare come forza che sottrae, devia, strappa alla vita la sua bellezza e i suoi legami più profondi.
Non riconoscendosi nel destino assegnatole, la poetessa registra lo scarto doloroso tra l’«antico progetto / di giorni disperati» e lo sfacelo dei giorni presenti. Moira è qui, insieme, l’amata presenza sottratta, la volontà imperscrutabile, la maschera glaciale degli antichi poeti, l’immagine che angoscia il sonno e la figura che si nutre della bellezza a lei tolta. Questa dialettica fra destino e fede, dolore ed eleganza formale, conferisce alla raccolta un carattere di raffinata inquietudine.
L’ultima raccolta, Zagare e macerie (2012), si divide in due corpose sezioni: il “Libro I” riattraversa il quindicennio 1990-2005, recuperando liriche che non erano rientrate in Vivere oltre e in Notti di evocate presenze, con particolare attenzione ai temi civili e religiosi che, quali assilli morali mai spenti, hanno attraversato i suoi anni maturi; il “Libro II” raccoglie versi più recenti (composti fra il 2005 e il 2011), all’insegna di un severo bilancio esistenziale e di una scrittura concisa, sommessa, talora attraversata da improvvise impennate solenni e ragionative. Il movimento interno del libro tende a fissare le emozioni all’istante che le ha generate (cui si riferiscono le date in calce), ma subito dopo il minimalismo domestico supera il mero diario, per riconfigurare la realtà entro nuove forme paraboliche che rispondono alle esigenze del sentimento. In questo dialogo fra i fallimenti privati e sociali e i ricordi incantati (simbolicamente consegnati alle ricorrenti apparizioni delle zagare, i fiori profumatissimi degli agrumeti, qui assunti come sineddochi della Calabria natia), la poesia diventa strumento di protezione, custodia, ricomposizione: le sillabe balbettanti della lingua comune aspirano a una ricomposizione armonica che salvi almeno nella forma ciò che nella vita è ormai maceria.
Si è spenta a Bari il 9 aprile 2013. Postuma è uscita una riproduzione di 58 poesie religiose manoscritte, in edizione limitata e fuori commercio: …dal cuore di Piera, Varapodio, Grafica, 2018. Sue poesie e racconti sono apparsi anche su «Hortus», «Pagine» e «incroci».
Opere principali
Anima nuda, Noci, Unione tipografica, 1962;
Dietro le dune, Noci, Unione tipografica, 1965;
Quando l’estate va…, Napoli, Equilibrio nelle arti, 1968;
Vivere oltre, Catanzaro, Ursini, 1994;
Notti di evocate presenze, Bari, Palomar, 1999;
Zagare e macerie, Foggia. Sentieri Meridiani, 2012.
Bibliografia critica essenziale
Acciani Toni, Prefazione, in P. Pegorari Tripodi, Notti di evocate presenze, cit., pp. 9-11.
Celiberti Esther, Piera Pegorari Tripodi. Il lungo viaggio di Nina (2003), La chiusa (2004), in «incroci», VI, 11, gennaio-giugno 2005, pp. 174-175.
Ferrari Roberto M., Prefazione, in P. Pegorari Tripodi, Quando l’estate va…, cit., pp. 5-12.
Marcone Maria, Presentazione, in P. Pegorari Tripodi, Vivere oltre, cit., p. 7.
Pegorari Daniele Maria, Neoclassicismo e allegoresi mitologica nella poesia pugliese dei secoli XX e XXI, in f. de martino (a cura di), Puglia mitica, Levante, Bari 2012, pp. 725-747.
Santoliquido Anna, Il canto delle piccole cose. Omaggio a Piera Pegorari Tripodi, in «la Vallisa, XXXVIII, 114, gennaio-giugno 2020, pp. 63-65.
Sellani Mary, Zagare e macerie. L’ultimo volume di poesie di Piera Pegorari Tripodi, in «Quotidiano di Bari», XXV, 107, martedì 5 giugno 2012, p. 18
Stella Elia Grazia, Piera Pegorari Tripodi. Zagare e macerie, in «incroci», XII, 25, gennaio-giugno 2012, pp. 126-128
Scheda redatta da Daniele Maria Pegorari
Ultimo aggiornamento 20 Giugno 2026